Per “colpa” della povertà l’ultima edizione del prestigioso premio Miglior Sindaco del Mondo non verrà portata a conclusione e il riconoscimento non sarà assegnato, cosa mai accaduta in oltre vent’anni della manifestazione diventata ormai uno degli appuntamenti più importanti per dare visibilità alle amministrazioni locali. A colpire è la motivazione, che lascia perplessi ma è un chiaro barometro della società in cui viviamo. Nelle ultime edizioni il premio aveva un tema conduttore in base al quale valutare l’operato dei sindaci, dalla questione di genere all’integrazione dei migranti. Per l’edizione 2025, con premiazione quest’anno, protagonista era la lotta alla povertà, ma l’argomento deve essere sembrato di poco appeal perché la risposta da parte degli utenti è stata così bassa da aver raccolto una rosa di candidati troppo esigua per poter essere una base sufficiente di votazione. (“Avvenire” – Simona Verrazzo)
I casi sono due: o la povertà è talmente limitata da non essere percepita dalla gente oppure sono i sindaci a non percepirla e/o a nasconderla sotto il tappeto del falso ed egoistico benessere imperante. I poveri ci sono eccome, ma vengono ignorati o emarginati o addirittura colpevolizzati dai cittadini benpensanti e dagli amministratori comunali malgovernanti.
Parma ha appena celebrato la festa del suo patrono e, come al solito, è stata l’occasione per fare un punto della situazione e per premiare i cittadini che si sono distinti per i loro meriti. Mi sono scrupolosamente estraniato da queste stucchevoli ritualità civiche: sapevo infatti che anche a Parma non si avrebbe avuto il coraggio di mettere il dito nelle numerose piaghe sintetizzabili proprio nella povertà dei tanti cittadini che soffrono per vari motivi.
Parma si distingue non tanto per il suo diffuso benessere sempre più raccolto nella sempre meno numerosa parte dei benestanti, ma per la capacità di truccare la situazione sotto una sindacale valanga di chiacchiere e sotto una narrazione mediatica di comodo, fatta apposta per non disturbare il manovratore.
Parma, se non erro, è una città italiana con un alto numero di associazioni di volontariato in rapporto al numero degli abitanti: se è un dato qualificante dal punto di vista sociale, temo però che rappresenti il modo di scaricare i problemi dal pubblico al privato, dalla insensibilità di chi amministra alla coscienza di chi è amministrato.
La politica spesso si riempie la bocca di elogi nei confronti del volontariato, a volte invece trova addirittura da ridire su di esso: da un pubblico amministratore incapace di affrontare le difficoltà, non sono graditi gli elogi e sono tantomeno accettabili le critiche verso coloro che si stanno comunque impegnando. Ci sarebbe solo da dire grazie e tacere. Allo stesso insulso modo è trattato oggi chi osa sostenere l’imperativo umanitario dell’aiuto agli immigrati, Chiesa in primis: viene invitato a portarseli a casa propria e, se ce li porta, viene magari accusato di farlo per interesse economico, lucrando sulle sovvenzioni pubbliche.
Al riguardo mi sovviene una curiosa esperienza fatta durante la mia vita professionale. Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui ero seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …
Anche le istituzioni ecclesiali, dal Vaticano alle parrocchie, in materia di aiuto ai bisognosi non sono dei fulmini di solidarietà, spesso si nascondono dietro la Caritas quale ente delegato al “lavoro sporco” di occuparsi dei poveri cristi. Mi torna alla mente come don Raffaele Dagnino, uno storico prete della nostra città, a chi gli offriva danaro per i poveri qualificandoli con l’aggettivo possessivo “suoi” (di don Dagnino appunto), rispondesse stizzito e con genuino spirito evangelico: «Bada che i poveri sono anche “tuoi” e quindi consegna loro il tuo aiuto direttamente, guardandoli negli occhi!». Sono cambiate le situazioni, ma non è cambiato l’atteggiamento di chi vuole sgravarsi la coscienza a basso costo.
Esiste purtroppo anche il rischio di fare del volontariato un mestiere, di imprigionare anche la carità nei lacci della spersonalizzante routine. Non accuse, ma preoccupazioni. Quando vedo a livello Caritas affiorare comportamenti freddi e distaccati, schemi organizzativi piuttosto burocratici, procedure poco accoglienti e molto anonime, mi ricordo di un episodio riconducibile al caro indimenticabile amico Don Luciano Scaccaglia. Poco prima che iniziasse una messa domenicale entrò in chiesa un immigrato accolto nella comunità di S. Cristina, con passo malfermo e zoppicante in quanto portatore di handicap in aggiunta alla sua già difficile situazione esistenziale: era reduce dall’aver bevuto un caffè al bar. Un operatore Caritas, occasionalmente presente alla scena, rimproverò con una certa violenza il poveraccio reo di avere trascurato i viveri della casa di accoglienza per spendere danaro al bar. Don Scaccaglia non intervenne. Mi si accostò e disse: «Sarà della Caritas, ma questa non è Caritas…questo poveretto va al bar perché tenta disperatamente di sentirsi uguale agli altri…noi andiamo al bar e perché lui non ci deve andare…oltretutto è un modo per socializzare ed integrarsi con noi…». Il cuore prima dell’ostacolo!
Chissà perché mi viene spontaneo fare il parallelo con quanto affermava, col suo linguaggio incisivo e colorito, l’indimenticabile Mario Tommasini in materia di sessualità e di rapporti sentimentali nei portatori di handicap. A chi dimostrava incertezze e titubanze al riguardo si rivolgeva, provocatoriamente e sgarbatamente, così: «A vot fär sesso ti e basta… a ghèt dirìtt d’inamorärot ti e basta…parchè lor no?…m’al vót spiegär?!…».
A proposito di personaggi altamente positivi nei rapporti con la povertà aggiungo le frasi di due autentici profeti politici.
Don Lorenzo Milani: «Fai strada ai poveri, senza farti strada».
Giorgio La Pira. Ecco come si espresse nel 1955 alla segreteria nazionale della DC: «Fino a quando mi lasciate a questo posto, mi opporrò con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti. Non lascerò senza difesa la parte debole della città: chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti troveranno in me una diga non facilmente abbattibile… Il pane (e quindi il lavoro) è sacro. La casa è sacra. Non si tocca impunemente né l’uno né l’altra! Questo non è marxismo: è Vangelo! Quando gli Italiani poveri saranno persuasi di essere finalmente difesi in questi due punti, la libertà sarà sempre assicurata al nostro Paese».
I grandi sono fatti così, ma purtroppo di fatti così la mamma non ne fa più, si è rotta la macchinetta e la sensibilità non funziona più.
