In 365 giorni il tycoon, al suo secondo mandato alla Casa Bianca, ha modificato, forse definitivamente, la percezione comune sul ruolo degli Usa nel mondo. Decreti a raffica, minacce ai Paesi sovrani, uso della forza dentro e fuori il Paese: ecco un primo bilancio. Un anno di svolte brusche e inversioni di rotta che hanno spiazzato l’opinione pubblica americana e internazionale e messo in difficoltà i partner storici degli Stati Uniti. A dodici mesi dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump non è solo la rapidità dei cambiamenti imposti dal presidente a colpire, ma anche la loro direzione, che segna una rottura con gli ultimi decenni di politica americana. Lo dimostrano soprattutto le immagini che fanno da sfondo a questo anno di tariffe e licenziamenti di massa di dipendenti federali, di decreti firmati a raffica e di minacce a Paesi sovrani: video di città militarizzate, prima dalla Guardia nazionale e poi dagli agenti dell’Ice, uomini armati e mascherati su blindati per le strade, episodi di violenza indiscriminata e promesse del capo della Casa Bianca di ricorrere a strumenti eccezionali per “ristabilire l’ordine”. Sono eventi che gli alleati degli Stati Uniti e una parte crescente degli americani faticano a riconciliare con l’idea di una democrazia occidentale stabile. Le trasformazioni, però, hanno una fragilità strutturale: gran parte delle decisioni è stata imposta con ordini esecutivi che un futuro presidente potrebbe revocare in tempi rapidi. (“Avvenire” – Elena Molinari)
A volte mi viene un dubbio atroce: Trump ha cambiato veramente la politica statunitense o l’ha soltanto adattata ai tempi, facendo emergere brutalmente gli indirizzi costantemente adottati dagli Usa a livello interno ed internazionale? Forse prima veniva usata la carota mentre ora viene snudato il bastone? Forse Trump ha il “coraggio” di dichiarare apertamente le intenzioni inconfessabili del passato?
Non sono mai stato un filo-americano, non ho mai capito la società di questo grande Paese, ho sempre visto con scetticismo e fastidio l’eco del loro stile di vita nel nostro modo di vivere, non sono mai riuscito a cogliere un filo storico-culturale positivo al di là di qualche stentoreo acuto kennediano e delle battaglie americane per i diritti dei neri.
Ad un certo punto abbiamo imparato talmente bene la loro lezione da invertire la tendenza: siamo stati noi europei e italiani in particolare a dettare il compito agli americani: si pensi al berlusconismo che in un certo senso fa da copione al trumpismo. Il giochino è impazzito, lo strano caso del Dottor Henry Jekyll e del suo alter ego, Mister Edward Hyde è diventato realtà: divertiamoci ad assegnare le parti…
Abbiamo avuto troppa accondiscendenza nei confronti della politica statunitense: ci conveniva dire sempre di sì, avevamo paura del comunismo, l’ombrello della Nato ci faceva molto comodo. Non ci siamo accorti che chi tentava minimamente di uscire da questa tenaglia (è il caso di Aldo Moro) faceva una gran brutta fine. C’è voluto il suo tempo, c’è voluto Trump per farci capire che i rapporti politici a livello internazionale sono molto più complessi di quanto pensassimo. Non vedevamo che dietro tanti regimi autoritari sparsi nel mondo c’era la longa manus statunitense? Non vedevamo che gli americani facevano i loro porci comodi in giro per il mondo? Non vedevamo che gli aiuti che ci venivano indubbiamente concessi avevano un prezzo da pagare nel tempo e nello spazio?
Forse è venuto il momento di aprire gli occhi, sperando che non sia troppo tardi. Non sarà facile infatti invertire certe tendenze all’appiattimento filo-americano, dovremo cambiare mentalità, dovremo fare sacrifici, dovremo ridisegnare le mappe delle alleanze a geometria variabile, dovremo capire che l’ombrello della Nato va sostituito con quello europeo se non vogliamo annegare sotto il diluvio trumpiano, sperando magari che i primi a svegliarsi dal sonno siano gli americani stessi col rischio di ricominciare da capo la manfrina che ci sta divorando.
Quando nel dopoguerra si discuteva l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico, nella democrazia cristiana c’era chi come De Gasperi era convintamente favorevole (facendo magari anche un po’ di necessità virtù) e c’era chi, come Giuseppe Dossetti nutriva idealmente diverse perplessità pensando al cosiddetto neo-atlantismo (una versione più leggera ed autonomistica del patto stesso). Vinse la linea degasperiana; Dossetti se ne uscì dal partito e dalla politica anche per quel motivo: capì infatti che il pragmatismo vincente sulle idealità non faceva per lui e si dedicò a ben altre scelte di vita.
Ho sentito recentemente affermare come la storia abbia dato ragione a De Gasperi. Ne siamo proprio convinti? Non si trattava in alternativa di aderire al blocco comunista, ma semmai di coniugare la sincerità delle alleanze con il diritto/dovere dell’autonomia.
Le attuali rivelazioni sul ruolo degli Usa mi pare che mettano qualche dubbio e gettino una secchiata di acqua gelida sulle scelte di allora. Mi si dirà che occorre contestualizzare. Sono d’accordo. Ma occorrerebbe anche profetizzare, cioè guardare più avanti che si può…
