Detenuti in attesa di ravvedimento

Sul sagrato della Basilica di San Pietro un uomo si inginocchia davanti alla sua donna e le porge un astuccio con un bellissimo anello. Pronuncia parole che arrivano da una storia lunga e commovente: «Sono la tua croce da cinquant’anni, tu sei da sempre la mia resurrezione». Accanto a loro un gruppo di amici sorridono, applaudono, gridano «Viva gli sposi!». Una scena inconsueta e sorprendente accaduta pochi giorni fa, domenica 14 dicembre, al termine della Messa celebrata da papa Leone XIV per il Giubileo dei detenuti, al quale Patrizia e Raffaele – questi i nomi dei due protagonisti – avevano partecipato nella basilica di San Pietro. Lei, del tutto ignara del dono che avrebbe ricevuto, era arrivata da Napoli, lui da Milano con il permesso dal magistrato di sorveglianza, e si sono dati appuntamento in San Pietro. Da nove anni Raffaele è detenuto nel carcere di Opera dopo essere stato recluso in vari penitenziari: sulle spalle porta due condanne a trent’anni (di cui quaranta già espiati) e un passato costellato di reati consumati nella sua Napoli, dove era diventato celebre per l’abilità con cui penetrava nei caveaux delle banche e delle gioiellerie per portare a segno i suoi colpi.

Non c’è solo la “sorpresa dell’anello” che ha reso speciali le giornate romane di Raffaele: dopo avere ascoltato la sua testimonianza durante un incontro organizzato alla vigilia del Giubileo dai volontari di Incontro e Presenza, Antonio – un uomo rimasto vedovo da alcuni anni – ha deciso di regalargli la sua fede nuziale perché lo accompagni nel cammino. «La mia l’avevo persa in carcere – sorride Raffaele –: mi ha commosso quel dono inatteso, ricevuto da una persona che neppure conoscevo. (“Avvenire” – Giorgio Paolucci)

In questi giorni i piccoli fatti di cronaca si permettono di smontare i più frequenti pseudo-moralismi: è la volta del carcere considerato la sacrosanta vendetta contro i delinquenti anziché il modo costituzionale di recuperarli ad una vita normale.

Quante sciocchezze si sentono in giro. Sembra che tutto si possa risolvere col carcere duro, magari col carcere a vita se non addirittura con la pena di morte.

Nella mia famiglia l’argomento veniva affrontato con delicata ed ironica sensibilità, con un tocco materno di universale comprensione e con un pizzico paterno di sano realismo.

Mia madre, pur partendo dal sostanziale rigore con cui impartiva i suoi pragmatici ma “dogmatici” insegnamenti, perdonava molto, quasi tutto, era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “J én dil tésti mati”. Qui mio padre, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Di fronte all’episodio di cui sopra, mia madre direbbe: “A gheva ragion mi!”. Mio padre, commosso, ribatterebbe, alleggerendo la sua intransigenza alla parmigiana: “Sì, as vedda che lilù l’a digerì il scatli äd lustor…”.