Sana demagogia fiscale

Sabato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto su X che con la destra al governo non ci sarà mai una tassa patrimoniale. Meloni è intervenuta per replicare alla proposta del segretario della CGIL Maurizio Landini di introdurre un “contributo di solidarietà” dell’1,3 per cento sui patrimoni netti superiori a 2 milioni di euro, di fatto una tassa patrimoniale. Non è una proposta nuova, anzi negli ultimi decenni la patrimoniale è stata al centro di dibattiti ricorrenti, con buona parte del centrosinistra piuttosto favorevole e tutto il centrodestra molto contrario. (Il post)

Una prima considerazione etico-politica: perché la destra al governo esclude pregiudizialmente una tassa patrimoniale? La lapidaria affermazione di Giorgia Meloni sembrerebbe contenere una rassicurazione assoluta per i cittadini assai benestanti. Della serie “con me i ricchi non piangeranno mai”. Chi governa un Paese non dovrebbe adottare questi schemi faziosi, ma puntare a ben altra equità.

Una seconda considerazione riguarda il merito della eventuale introduzione di un’imposta patrimoniale. Ritengo che chi detiene patrimoni piuttosto consistente debba contribuire a rimpolpare adeguatamente le casse dello Stato. Tuttavia prima di varare nuove imposte sarebbe più che opportuno riequilibrare il sistema fiscale vigente nettamente penalizzante per certi tipi di reddito e soprattutto combattere l’evasione fiscale.

Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison e i fisson col ch’l’è giust, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Perché nel mio ragionamento parto dall’evasione fiscale? Perché è un male tremendo della nostra società, che attaccherebbe anche l’eventuale imposta patrimoniale: i furbi troverebbero il modo di non pagarla e alla peggio porterebbero i loro patrimoni all’estero. Perché se tutti pagassero equamente le imposte sul reddito non ci sarebbe bisogno di ricorrere al supplemento dell’imposta sui redditi accantonati patrimonialmente. Perché se non si introducono sensati meccanismi di controllo, continuerebbero a pagare le imposte, anche l’imposta patrimoniale, solo i soliti cittadini sfigati, impossibilitati, volenti o nolenti, ad evadere.

“Dovremmo avere il coraggio di dire che le tasse sono una cosa bellissima, è un modo civilissimo di contribuire insieme al pagamento di beni indispensabili come la sicurezza, come la tutela dell’ambiente, l’insegnamento, la salute e le stesse pensioni, in parte”. Queste parole del Ministro alle Finanze del secondo governo Prodi, Tommaso Padoa Schioppa, pronunciate nel corso di una intervista con la giornalista Lucia Annunziata, vennero intese da molti come una provocazione e non come un invito a riflettere sul senso dell’esistenza delle tasse, che sono il presupposto della stessa esistenza dello Stato di diritto. Infatti, senza Stato non ci possono essere tasse, così come senza tasse non ci può essere Stato. In questa situazione i cittadini non potrebbero godere di alcun diritto e sarebbero assoggettati alla prepotenza dei più forti, senza diritti e protezione alcuna. (ARDeP – Anna Paschero)

Ero e sono perfettamente d’accordo con Padoa Schioppa: peccato che gli attuali nostri governanti facciano nominalmente a gara per esorcizzare le tasse e le imposte, lasciando però che le paghino i più deboli a vantaggio dei più forti, i quali, legalmente o illegalmente, non le pagano, conseguentemente rinunciando ad ogni ridistribuzione di reddito e ad ogni misura che protegga i deboli. Demagogia? Alla infetta demagogia meloniana preferisco la sana demagogia schioppana!