Penso che la precipitazione verso l’oscurità della disperazione e della alienazione sia tutt’ora in corso e che abbia anzi subito un’accelerazione. Sembra che nulla possa arrestarla. Si può arrivare a dire che si sono create delle condizioni strutturali che contribuiscono all’acutizzazione di questi sentimenti. Penso alla crescente debolezza dei corpi intermedi, ad esempio. Oggi siamo in presenza di una “società senza società” che rende ancora più violenta l’affermazione di Margareth Thatcher: «Non esiste una cosa chiamata società, esistono uomini e donne». È venuta meno l’idea di comunità, di un’aggregazione tra persone diverse unite dal legame sociale. (intervista al sociologo Luigi Manconi pubblicata da “Avvenire”)
I regimi autoritari si distinguono per l’assenza di quella libertà dei sottosistemi, sia formale sia effettiva, che è tipica della democrazia: l’autonomia dei gruppi politicamente rilevanti distrutta o tollerata finché non disturba la posizione dell’élite governante”. Fin qui la teoria. In pratica l’attuale indirizzo del governo Meloni tende quantomeno a intromettersi nelle cosiddette forze intermedie (si pensi ai tentativi di dividere tra di loro i sindacati dei lavoratori, un dialogo sempre giocato sul filo dell’equivoco e con atteggiamento assai poco riguardoso) ed a interfacciarsi con i partiti considerandoli come mali necessari (tutti, anche quelli di maggioranza, usati come banderuole al vento delle convenienze politiche del momento).
La Cgil ha proclamato uno sciopero generale per protestare contro la legge di bilancio 2026. Si terrà il 12 dicembre. Pochi minuti dopo l’annuncio sono partiti gli attacchi della destra, guidati direttamente dalla presidente del Consiglio Meloni: “In quale giorno della settimana cadrà il 12 dicembre?”, ha scritto la premier, aggiungendo anche l’emoji che si sfrega il mento pensosa. È più unica che rara, un’emoji sul profilo Twitter di Meloni, solitamente piuttosto istituzionale: evidentemente ci teneva che la battuta facesse ridere.
Di solito quello meno istituzionale è il suo vicepremier, Matteo Salvini, che in questo caso ha rinunciato alle emoji ma ha comunque seguito la stessa linea comica (“E chissà come mai, proprio di venerdì”), per poi invitare il segretario della Cgil Landini a “rinunciare al weekend lungo e organizzare lo sciopero in un altro giorno della settimana”.
Inutile dire che altri esponenti dei due partiti hanno seguito a ruota i leader, attaccando sullo stesso punto: scioperare di venerdì è ridicolo, perché significa che invece di scendere in piazza per le tue idee stai solo approfittando della protesta per farti una vacanza di tre giorni. Questa, però, è la convinzione di chi non capisce qual è il senso di uno sciopero. O, più probabilmente, fa finta di non capirlo. (fanpage.it)
Non c’è solo in discussione la legge di bilancio 2026, ma il significato dello sciopero e più in generale il riconoscimento della funzione del sindacato dei lavoratori. Da una parte l’astensionismo dilagante e dall’altra la ridicolizzazione della protesta stringono e schiacciano la democrazia, riducendo la società ad un’accozzaglia di egoismi.
C’è in atto una vera e propria strategia che tende a ridurre le istituzioni a mere casse di risonanza di chi governa e il conseguente voto elettorale a meccanismo di sostanziale ratifica referendaria, che punta ad un forte ridimensionamento dei sindacati che devono rappresentare, strumenti di controllo invece che di ascolto delle richieste (e delle proteste) dei lavoratori, che vuole l’asservimento al potere politico della magistratura inquirente la quale deve smetterla di chiedere conto della liceità delle scelte di chi governa e deve accettare l’idea per cui nessuno dovrebbe disturbare il manovratore.
Guardo a due fenomeni in particolare: l’impoverimento e la rinuncia alle cure sanitarie. Da un lato, occorre riconoscere che l’occupazione stabile, a tempo indeterminato e qualificata, che un tempo era stata fattore di stabilità economica e insieme elemento di identità collettiva, oggi non garantisce più dal rischio di indigenza e questo sta diventando una gigantesca insidia per la società democratica. Una volta, essere parte della classe operaia significava stabilità, aggregazione, identità. Adesso non è più così. C’è poi un secondo segnale che mi preoccupa: il dato dell’abbandono delle cure sanitarie, che certifica la crisi del Sistema sanitario nazionale, ormai incapace di garantire efficienza e universalità nel diritto all’assistenza e alla cura. Tutto questo mi fa parlare di un dolore sociale diffuso, che non si attenua, anzi si approfondisce con il passare del tempo. È un dolore che è l’esito finale di tante fatiche personali e comunitarie, di vite precarie che una volta erano garantite, di opportunità cancellate. Se poi penso ai cittadini di origine straniera che sono in Italia, vedo una fetta di popolazione che affronta gli stessi problemi con ancora minori garanzie, dal welfare alla cittadinanza. (ancora l’intervista al sociologo Luigi Manconi pubblicata da “Avvenire”)
La scrittrice Dacia Maraini sostiene che “se non c’è indignazione non c’è etica”. È vero: nell’attuale società scatta un sostanziale divieto di indignarsi a causa anche della barriera mediatica che propina una narrazione fasulla e di conseguenza viene devitalizzata sul nascere la protesta, mentre l’etica si riduce ad opzione per poche anime virtuose.
E La Cgil è sempre contro. Forse Landini può essere che abbia delle mire politiche, che voglia fare il leader della sinistra. Legittimo. Io faccio solo un’analisi politica”. (così il vice-presidente del Consiglio Antonio Tajani)
Se l’attuale dirigenza della sinistra non fa politica e non riesce a ripristinare i legami sociali a livello comunitario, ci vorrà pure chi tenta di farlo a costo di qualche forzatura sui ruoli socio-politici.
Un mio assiduo lettore mi ha consigliato la brevità: ha ragione e quindi chiudo anche se il discorso sarebbe molto lungo.
