L’ultimo in ordine di tempo è stato il giovane paracadutista Dan Mandel Phillipson, che si è sparato durante un periodo di addestramento in una base nel sud di Israele ed è morto in ospedale pochi giorni dopo. Prima di lui il riservista Daniel Edri si era dato fuoco in un bosco nei pressi della città di Safad dopo aver trascorso un lungo periodo di servizio a Gaza. «Dopo quello che aveva visto non riusciva a liberarsi da un terribile tormento interiore», ha spiegato sua madre alla tv israeliana. Dai primi di luglio, in appena due settimane, sono già quattro i soldati dell’Idf (le Forze di difesa israeliane) che si sono tolti la vita. Quello dei suicidi nell’esercito – ben diciannove dall’inizio di quest’anno, il numero più alto di sempre – è un fenomeno spesso taciuto o minimizzato che si unisce all’aumento allarmante delle diserzioni determinando una vera e propria emergenza. Non una falla tecnica o strategica ma una profonda perdita di fiducia negli apparati dello Stato. Le operazioni in corso a Gaza ormai da quasi due anni e la conseguente catastrofe umanitaria stanno facendo vacillare il morale dei soldati aggravando la grave spaccatura interna alla società israeliana.
Ma i numeri raccontano solo una parte della storia. Le testimonianze di chi ha vissuto l’esperienza diretta parlano di un impatto devastante. Soldati tornati a casa che non riescono a scrollarsi di dosso l’incubo delle operazioni, delle perdite, delle decisioni impossibili. E così, molti scelgono di non tornare più in servizio, non per diserzione ma per una forma di resistenza silenziosa alla guerra che li ha cambiati per sempre. A ben poco è servito il fatto che l’Idf abbia attivato una linea telefonica di supporto psicologico attiva 24 ore su 24 e aumentato il numero di specialisti in salute mentale disponibili.
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Le diserzioni nei ranghi dell’esercito – ufficialmente non codificate – crescono in modo esponenziale sotto forma di assenze non giustificate o di atti di disobbedienza: soldati che rifiutano di presentarsi in servizio, che trovano il modo di sottrarsi a un ulteriore tour, che si sentono traditi da un sistema che non tutela chi ha già dato tutto. E si moltiplicano anche le petizioni che chiedono la fine dei combattimenti e dipingono la campagna di Gaza come priva di obiettivi chiaramente realizzabili, accusando il governo di aver fatto trapelare la promessa di un accordo sul rilascio degli ostaggi solo per giustificare un prolungamento del conflitto. L’ultima lettera, promossa dal gruppo pacifista Soldiers for the Hostages, è stata inviata qualche settimana fa a Netanyahu, al ministro della Difesa Katz e al capo delle forze armate con la firma di una quarantina di alti ufficiali dell’Unità 8200 dell’Idf, i quali hanno annunciato che non parteciperanno più a operazioni di combattimento «chiaramente illegali» spiegando che il governo sta conducendo a Gaza una guerra «infinita e ingiustificata». (da avvenire.it – Riccardo Michelucci)
Le più moderate proteste contro la guerra, condotta spietatamente da Israele, si limitano a chiedere che siano risparmiate almeno le vittime fra la popolazione civile (si sta arrivando alle incredibili sparatorie sugli affamati in cerca di cibo): appelli minimalisti ma irrealisti, considerata l’attuale assetto dei teatri bellici, l’impatto incontrollabile delle armi utilizzate e la sempre più bestiale geometria, in cui partendo dall’ipotesi che in guerra tutto è lecito si arriva alla conseguente logica tesi di sparare anche sulla Croce Rossa.
Ironia della sorte: più che le silenti vittime palestinesi sono forse e paradossalmente gli obiettori militari israeliani a mettere a nudo le atrocità e le insensatezze della guerra in atto, che lascerà una impronta indelebile di odio e rimorso, una scia infinita di ferite inguaribili.
Saranno forse più i disagi dei vincitori che la disperazione dei perdenti ad imporre una fine o almeno una tregua a questa guerra. Netanyahu, prima o dopo, oltre che con la propria coscienza, dovrà fare i conti col disagio dei reduci. La storia purtroppo insegna che ciò comporta il rischio di ulteriori sconvolgimenti socio-politici e di nuove guerre: un gatto che si morde la coda.
Papa Francesco ha ripetutamente espresso il concetto della guerra in cui tutti sono perdenti e tutto è perduto. Mio padre, ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra, reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: “Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?”.
Fra tanta disperazione bipartisan quale può essere l’unica speranza? Che i rimorsi di coscienza prevalgano sui desideri di vendetta, che la constatazione dei disastri possa scuotere gli animi al fine di evitarne altri. Credo molto più alla massa critica delle coscienze che alla mobilitazione delle diplomazie.
Il grande merito di papa Francesco è stato quello di puntare a “turbare” l’animo delle persone, cattoliche e non, con la provocatoria forza d’urto evangelica, piuttosto che riformare le strutture ecclesiali ad intra e influire sugli equilibri internazionali ad extra con le pur necessarie iniziative vaticane.
Ecco perché sono tanto in ansia rispetto al nuovo Papa: adotterà ancora l’arma dell’umana evangelica debolezza o ripiegherà su quella della diplomatica ecclesiastica forza? Saprà parlare direttamente ai poveri del mondo o si limiterà a raccomandarli ai potenti?