C’era una volta Pichetto

«Non me l’aspettavo — ammette candidamente il ministro dell’ambiente, Gilberto Pichetto Fratin — perché ero abituato a un modello americano con altri presidenti, su un filone di solidarietà». Poi confessa l’inconfessabile: «Per noi probabilmente sarebbe stata più conveniente Kamala Harris, non scopro l’acqua calda oggi». Il giorno dopo l’accordo sui dazi, il ministro indicato da Forza Italia torna sull’intesa tra Stati Uniti ed Europa.

Specificando che «probabilmente era difficile fare di più. Essendo il dazio sulle esportazioni europee, è una tassa aggiuntiva che si aggiunge a un’altra, la svalutazione. Ma l’impatto sarà da valutare, per ora c’è il 15% su un comunicato stampa», spiega intervenendo in provincia di Vicenza all’evento “PiazzAsiago”. Poi torna sugli Usa: «Gli americani si dicevano orgogliosi di esser parte di un paese che ha dato la vita dei propri figli per salvare gli altri. Noi siamo stati liberati dagli americani, poi è arrivato Trump, ed è il presidente, ha il consenso degli americani, ha avuto il voto popolare, fa gli interessi degli Usa e non i nostri». (repubblica.it)

Le dichiarazioni del ministro Pichetto Fratin non sono del tutto sorprendenti: in politica non si dice (quasi) mai quello che si pensa, qualche volta succede il contrario. Una simile ammissione non può comunque passare inosservata: troppo profonda per essere sottovalutata, troppo concreta per essere accantonata, troppo formalmente autorevole per essere giubilata.

Nel mio piccolo, allorquando mi è capitato di essere in contrasto con chi capeggiava l’organismo di cui facevo parte, cercavo di chiarire la situazione e, se il contrasto rimaneva, mi ritiravo in buon ordine. Allora, se Pichetto Fratin non ha raccontato una barzelletta ed è convinto di quanto ha detto, chiarisca qual è il rapporto del governo italiano con gli Usa di Trump e, se del caso, si dimetta. Darebbe una dimostrazione personale di serietà e coerenza, lancerebbe un benefico sasso in piccionaia, comporterebbe un rigurgito di credibilità per il suo partito di provenienza che ne è piuttosto sprovvisto.

Un tempo le dimissioni si sarebbero imposte. Sul piano politico molto più giustificate di quelle del povero Sangiuliano, della sfrontata Santanché (Santa de ché?), dell’invadente ferroviere Lollobrigida e di tutti i ridicoli ministri e sottosegretari del governo Meloni.

Oggi invece non succederà proprio niente. I casi sono due: o Pichetto non conta un cazzetto oppure farà come un Gigetto qualsiasi e cioè farà marcia indietro con tanto di ritrattazione auspicata da Meloni (che magari sarà un po’incazzata) e un po’ di cenere sul capo imposta da Tajani (che non conta un cazzo).

Sia chiaro che non me ne frega niente, però… Non mi resta che riddor e bévrog sóra. Mio padre, giocando sull’equivoco tra sóra e sôra, aggiungerebbe: “Sì e frä…”.