Il coraggio di essere europeisti

Non ricordo in quale cultura si prevede, nel giorno del compleanno, di festeggiare i genitori e non il diretto interessato. A pensarci bene è un discorso razionalmente giusto ed eticamente opportuno. In fin dei conti, se io compio sessant’anni di vita, il merito e la riconoscenza principali vanno umanamente a chi mi ha messo al mondo, cioè a mia madre ed a mio padre.

Se quindi vogliamo celebrare come si deve il sessantesimo anniversario dei trattati di Roma, abbiamo l’obbligo morale prima che politico di rendere omaggio a chi all’Europa ha creduto, a chi l’ha concepita sul piano ideale e delineata a livello funzionale.

I nomi sono ben noti: riandare a questi personaggi è sicuramente di stimolo, ma ci riporta anche sulle contraddizioni del cammino europeo e sulle miserie culturali e politiche del nostro tempo.

La strada percorsa dall’Europa non è in discesa e non corrisponde al tracciato delineato dai pionieri, né al viaggio ipotizzato dai padri fondatori, ma è lastricata di compromessi tra due visioni, che a volte hanno funzionato a volte hanno solo frenato.

Da un lato vi è l’europeismo internazionalista per il quale l’Europa è una unione (confederazione) di stati sovrani, che non dà luogo alla formazione di una nuova entità statuale. I trattati di diritto internazionale sono lo strumento principale attraverso il quale si realizza questa tendenza. Dall’altro lato vi è invece l’europeismo federalista, per il quale l’obiettivo è la costituzione di uno Stato federale dove la sovranità sia ripartita su diversi livelli di governo (locale, regionale, nazionale, sopranazionale). Queste due anime sono presenti fin dalle origini del processo di integrazione, le cui alterne vicende si spiegano a seconda del prevalere relativo dell’una oppure dell’altra. Accanto a queste due tendenze principali, gli studiosi dell’europeismo ne collocano in genere anche una terza, che si usa designare come la via “funzionalista” all’integrazione europea. Più che una terza tendenza, è possibile considerare il funzionalismo come la risultante del compromesso di volta in volta realizzato tra le due tendenze precedenti. È la via originale che il processo di integrazione ha imboccato nell’ultimo mezzo secolo e che non è però spiegabile se non come il risultato da un lato della tendenza degli Stati a conservare intatta (almeno formalmente) la loro sovranità e, dall’altro lato, dell’esigenza di superamento di tale sovranità. In questo senso, la via funzionale è risultata storicamente vincente in quanto punta a sottrarre gradualmente, in modo il più possibile indolore, quote di sovranità agli Stati, lasciando che questi assumano il ruolo di protagonisti del processo della loro stessa autolimitazione. La storia del processo di integrazione europea risulta così essere la storia delle ripetute sconfitte, di volta in volta, sia dell’europeismo internazionalista sia dell’europeismo federalista e delle vittorie della terza via dell’europeismo funzionalista, terza via che però non potrebbe realizzarsi senza la presenza delle altre due, come ebbe a riconoscere lo stesso Jean Monnet, il maggiore sostenitore di questa linea che a ragione viene considerato uno dei principali ispiratori del processo di unificazione europea.

Bisogna aspettare il 1957 con la firma dei trattati di Roma istitutivi della CEE (Comunità economica europea) e dell’EURATOM (Comunità europea per l’energia atomica) per l’avvio deciso della terza via “funzionalista”. La CEE vede di molto attenuati gli elementi di sopranazionalità, il potere decisionale è fortemente spostato a favore del consiglio dei ministri dove il voto all’unanimità assegna praticamente ad ogni Stato membro un potere di veto. Nonostante questo limite, la CEE raggiunge l’obiettivo di eliminare gradualmente al proprio interno i vincoli alla circolazione di beni, persone e capitali e di realizzare quindi un’unione doganale. La creazione di un grande mercato all’interno del quale cresce enormemente l’interscambio tra i diversi paesi è senz’altro una delle cause dello straordinario sviluppo economico che l’Europa sperimenta.

La sociologa Saskia Sassen sostiene tuttavia che “il peccato originale è proprio stato l’approccio “funzionalista”, quel procedere per settori, perché magari all’epoca serviva semplicemente uno spazio operativo per fare business. La logica estrattiva ha portato il sistema a un punto di rottura, per cui ora l’UE appare a molti come disfunzionale, ingiusta e tutto questo favorisce l’ascesa degli estremismi di destra. L’ossessione per l’austerity ha prodotto nuovi emarginati e molti arrabbiati”.

Emmanuel Macron, candidato all’Eliseo, convinto europeista moderno, ammette che “il Mercato unico è stato deviato nel suo utilizzo, è nato come uno spazio di libertà, ma anche di regole e solidarietà che, invece, non ci sono state. Questo squilibrio, rifiutato dai popoli. è stato spinto da alcuni stati ultra-liberisti, come la Gran Bretagna”. Gli ultra liberisti, dopo aver fatto il danno, ci lasciano la beffa di dover armonizzare fiscalmente e socialmente la UE.

Anche Eugenio Scalafari, da convinto federalista, ammette che “a distanza di sessanta anni dai Trattati di Roma siamo ancora in una struttura confederale e il nazionalismo è notevolmente aumentato. Un Continente come il nostro, dove ancora signoreggiano le singole ventisette nazioni confederate, ciascuna delle quali ha una sua politica estera, le proprie forze armate, la propria politica nei confronti dell’immigrazione – e addirittura in alcuni Paesi sono stati costruiti impedimenti anche fisici ai propri confini, come muri o fili spinati per contenere e alla fine impedire il flusso immigratorio – è molto lontano dall’aver realizzato il programma dei Trattati del 1957”.

C’è stato anche l’allargamento paralizzante. Ancora Macron annota come “alcune riforme non siano state fatte per non contrariare Britannici e Polacchi. Abbiamo visto il ringraziamento: i primi se ne sono andati, gli altri non rispettano i valori dell’Unione”.

Torniamo ai giorni nostri: al dibattito fra internazionalisti, federalisti e funzionalisti si è sostituito quello fra antieuropeisti, euroscettici e possibilisti: rischiamo di cancellare sessant’anni di storia, lasciandoci incartare dalle sirene populiste, sovraniste, nazionaliste e protezioniste.

Qualcuno se ne è già andato, qualcun altro ci sta seriamente (?) pensando, altri si comportano più o meno come se la UE non esistesse, chi intende rimanere sta ipotizzando un “Europa ad obiettivi”, intorno ai quali creare condivisione di programmi e strutture comuni, un Europa a macchia di leopardo per la quale si fa molta fatica a trovare il tessuto connettivo e il filo conduttore.

Il documento che dovrebbe rilanciare l’Europa, il nuovo Trattato di Roma, sembra essere un capolavoro diplomatico e lessicale, ben lontano dalle premesse “funzionaliste” e dalle speranze federaliste del 1957 e vicino ad una nuova impostazione (la quarta), che definirei “pendolarista” tra nord e sud, tra est e ovest, tra economia e socialità, tra sicurezza interna e apertura all’esterno.

In un’occasione come quella del sessantennio europeo bisognerebbe essere seri e parlare di cose serie, ma bisogna pur fare i conti con l’oste e le osterie. Per rimanere nella cucina politica italiana (non tanto diversa da quelle degli altri Paesi europei), stando ai sondaggi, abbiamo oltre il 50% di elettorato che segue forze politiche che sostanzialmente non credono all’Europa: il M5S si colloca fra gli euroscettici e dice di voler provare la pressione europeista direttamente ai cittadini (un modo subdolo per non assumersi le proprie responsabilità e per sfruttare a livello referendario l’onda populista che abbiamo già visto dove porti); Lega e FdI si schierano con gli antieuropei ormai presenti in tutti i Paesi, dietro il dito della comoda scusa di combattere pregiudizialmente burocrazia e tecnocrazia; come sostiene Macron, una parte della sinistra si radicalizza e una parte si avvicina ai liberali, davanti a una destra conservatrice che si dissolve o si lascia condizionare dagli estremisti.

In questo quadro piuttosto sfilacciato e confuso l’europeismo viene più balbettato che sbandierato. La contrapposizione tra sinistra e destra viene coniugata soprattutto nello scontro tra europeismo   e antieuropeismo, tra europeismo aperto ed europeismo chiuso.

A livello continentale siamo in bilico in attesa delle elezioni in Francia e Germania. Dall’esterno si fa il tifo per l’antieuropeismo. Nelle istituzioni europee prevalgono tatticismi e ostruzionismi. Personaggi in grado di rilanciare alla grande il discorso dell’unità europea sinceramente se ne vedono pochi.

“Serve uno scatto di coraggio”, dice Sergio Mattarella. Sì, servirebbe proprio questo, ma come dice don Abbondio nei Promessi sposi, “il coraggio uno non se lo può dare”. Sarebbe ora invece che gli europeisti se lo dessero. Altrimenti…

 

 

 

 

P.S. Ai lettori interessati ad approfondire la tematica europeista mi permetto di consigliare la consultazione dello studio “Indagine sulla Brexit e il rischio sfascio dell’Europa – È POPULISMO? – Agli europeisti l’ardua sentenza” contenuto nella sezione libri di questo sito.